Il governo della Giamaica ha annunciato l'invio di una petizione formale a Re Carlo III per chiarire la legittimità giuridica della schiavitù e la questione dei risarcimenti storici. A renderlo noto è la ministra della Cultura giamaicana, Olivia Grange. Il sovrano britannico, che riveste tuttora il ruolo di capo di Stato della Giamaica, è chiamato …
Il governo della Giamaica ha annunciato l’invio di una petizione formale a Re Carlo III per chiarire la legittimità giuridica della schiavitù e la questione dei risarcimenti storici. A renderlo noto è la ministra della Cultura giamaicana, Olivia Grange.

Il sovrano britannico, che riveste tuttora il ruolo di capo di Stato della Giamaica, è chiamato a trasmettere tre quesiti al Judicial Committee of the Privy Council (JCPC), la più alta istanza d’appello per il Paese caraibico. La procedura non lascia margini di discrezionalità personale al monarca: la richiesta verrà formalmente inoltrata alla corte londinese, secondo un percorso concordato tra Buckingham Palace e l’ufficio del Governatore Generale giamaicano.
I tre quesiti legali
L’atto non costituisce una diretta ingiunzione di pagamento, bensì un passaggio giurisdizionale preliminare volto a stabilire:
- Se la riduzione in schiavitù delle popolazioni africane in Giamaica fosse lecita secondo il diritto inglese dell’epoca.
- Se tale pratica abbia violato il diritto internazionale.
- Se il Regno Unito abbia oggi l’obbligo giuridico di corrispondere risarcimenti formali.
«Una volta ottenute le risposte, stabiliremo i prossimi passi», ha spiegato Grange, sottolineando come l’iniziativa possa gettare le basi per «un accordo a lungo atteso a fronte di secoli di atrocità subite dai nostri antenati».
Il precedente del 1833 e il debito coloniale
Al centro del dibattito resta il nodo economico dell’abolizione. Quando nel 1833 la schiavitù venne soppressa in gran parte dell’Impero britannico, Londra stanziò 20 milioni di sterline dell’epoca non per gli ex schiavi, bensì per risarcire i proprietari delle piantagioni della perdita dei loro beni. Il debito contratto dal governo britannico per finanziare quell’indennizzo è stato estinto solo nel 2015.
«Fino al 2015 la Gran Bretagna ha continuato a pagare i proprietari di schiavi, poiché il nostro popolo era considerato una proprietà», ha ribadito la ministra. «Se in epoca contemporanea si sono continuati a liquidare quegli indennizzi, appare legittimo chiedersi perché oggi non si debba pretendere una forma di riparazione per chi ha subito quegli abusi».
La posizione della Corona e il confronto sui reperti storici
Da Buckingham Palace è stato ricordato l’impegno espresso più volte da Re Carlo nel «promuovere una maggiore comprensione sulla tratta degli schiavi e affrontare i torti del passato». Già nel 2024 il monarca aveva sollecitato i leader del Commonwealth a individuare vie per correggere le disuguaglianze storiche. La linea di Londra, tuttavia, è stata a lungo rigida: nel 2015 l’allora premier David Cameron, pur definendo la schiavitù «ripugnante», escluse formalmente ogni ipotesi di indennizzo economico.
Parallelamente alla via giudiziaria, l’agenda giamaicana a Londra include un tavolo di confronto con la dirigenza del British Museum per il rimpatrio di manufatti risalenti all’epoca coloniale. «Hanno un valore inestimabile per la nostra identità e storia nazionale: stiamo lavorando per riportarli a casa», ha concluso Grange.





