Troppo divisivo e schiacciato dal crollo delle vendite, il gigante d'acciaio uscirà di produzione nel 2027 per fare spazio ai robotaxi Cybercab. NEW YORK – Il Cybertruck, l’imponente pickup in acciaio inossidabile che con le sue linee da fantascienza ha diviso il pubblico tra adorazione fanatica e feroce derisione, andrà presto in pensione. A decretarne …
Troppo divisivo e schiacciato dal crollo delle vendite, il gigante d’acciaio uscirà di produzione nel 2027 per fare spazio ai robotaxi Cybercab.
NEW YORK – Il Cybertruck, l’imponente pickup in acciaio inossidabile che con le sue linee da fantascienza ha diviso il pubblico tra adorazione fanatica e feroce derisione, andrà presto in pensione.
A decretarne la fine è stato lo stesso Elon Musk, affidando la notizia a un post tanto stringato quanto perentorio su X. Il CEO di Tesla ha annunciato che la produzione dello stabilimento di Austin, in Texas, «verrà progressivamente ridotta» fino a chiudere i battenti verso la metà del 2027. La motivazione ufficiale? Liberare capacità produttiva e risorse per accelerare sulla vera scommessa del gruppo: il robotaxi a guida autonoma Cybercab.

Per il Cybertruck — creatura fortemente voluta da Musk, che non ha mai esitato a definirlo «il miglior prodotto mai realizzato da Tesla» — si tratta di un tramonto senza gloria per quello che è stato uno dei lanci più chiacchierati dell’intera storia automobilistica contemporanea.
«Pochissimi veicoli hanno mai catalizzato un’attenzione simile», osserva Armen Hareyan del portale specializzato Torque News. «Il Cybertruck era diventato un fenomeno di costume: amato, sbeffeggiato, ma impossibile da ignorare».
Dallo scivolone del debutto al mito pop
La leggenda del Cybertruck era iniziata con un memorabile scivolone nel 2019. Durante la presentazione ufficiale sul palco, un designer di Tesla scagliò una sfera d’acciaio contro il finestrino per dimostrare l’inviolabilità del vetro blindato: il finestrino andò in frantumi all’istante, e la replica sul secondo vetro produsse lo stesso disastroso risultato davanti alle telecamere di tutto il mondo.
Nonostante lo scetticismo iniziale, Musk tirò dritto: «Volevo creare un carro armato futuristico, qualcosa a metà tra Blade Runner e Aliens, ma che fosse anche estremamente funzionale», dichiarò a Automotive News, arrivando a definirlo «più sportivo di una Porsche 911 e più capace come camioncino di un Ford F-150».
Il mezzo finì per incarnare alla perfezione la personalità sfacciata e dissacrante del suo patron. «Un veicolo estremamente controverso, presentato da un personaggio altrettanto polarizzante in un segmento in cui nessun pickup elettrico è mai riuscito a sfondare davvero», spiega Spencer Penn, ex dirigente Tesla oggi alla guida della società di software LightSource.
Penn ricorda il senso di rigetto provato la prima volta che vide il design del pickup, definendolo «pura follia». Con il tempo, però, finì per ordinarne uno, salvo poi rinunciare quando la promessa iniziale di un prezzo inferiore ai 40.000 dollari svanì, sostituita da listini raddoppiati. «Rappresentava l’audacia di Tesla, la voglia di rischiare che spinge l’innovazione. Certe scommesse riescono, altre no».
Il crollo dei numeri e il fattore politico
Dietro la scelta di spegnere le linee di montaggio ci sono dure ragioni economiche, unite al cambio di rotta strategico verso la guida autonoma. Musk aveva inizialmente ipotizzato volumi da 250.000 unità all’anno. I dati di Kelley Blue Book raccontano un’altra realtà: lo scorso anno le consegne si sono fermate ad appena 20.237 veicoli (un calo del 50% sull’anno precedente), con una contrazione ulteriore del 28% registrata nei primi nove mesi di quest’anno.
A pesare non sono state soltanto le geometrie spigolose e l’aspetto distopico. A scavare il solco con il pubblico è stato il progressivo riposizionamento politico dello stesso Musk. Le sue plateali alleanze con figure dell’estrema destra americana, a partire da Donald Trump, e la metamorfosi da visionario della tecnologia a influente magnate politico hanno alienato una fetta consistente della clientela storica di Tesla.
Nel corso degli ultimi mesi, molti proprietari hanno scelto di vendere la propria auto o di applicare adesivi con la scritta: «L’ho comprata prima che Elon impazzisse». Le proteste davanti agli showroom sono degenerate in boicottaggi finanziari e, in alcuni casi, in veri e propri atti di violenza: stazioni di ricarica incendiate, concessionarie vandalizzate e bottiglie Molotov contro le vetture.
Anche gli automobilisti al volante del Cybertruck sono finiti nel mirino, bersaglio per strada di insulti e gesti osceni.
Tra gli appassionati della prima ora c’è Ross Blankenship. Quando lo vide per la prima volta, si sentì catapultato nei pomeriggi d’infanzia passati a giocare al videogame sci-fi Halo: «C’era in me il desiderio quasi infantile di far parte di qualcosa di rivoluzionario, di guidare il futuro dell’automobile», racconta al telefono a bordo del suo veicolo in Colorado. Pur condividendo le posizioni politiche di Musk, Blankenship non ha nascosto l’amarezza per la deriva ideologica che ha travolto il modello: «Non l’avevo acquistato per fare una dichiarazione politica, ma solo per la bellezza visionaria della sua tecnologia. Vederlo ridotto a un simbolo divisivo è stato un colpo al cuore».
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