BILLINGS (Montana) — Uccidere animali o piante a rischio di estinzione durante il disboscamento di una foresta o la costruzione di una diga non sarà più considerato un reato federale, a patto che non vi sia un’esplicita intenzione di farlo. È la svolta impressa dall’amministrazione di Donald Trump all’Endangered Species Act, la storica legge del …
BILLINGS (Montana) — Uccidere animali o piante a rischio di estinzione durante il disboscamento di una foresta o la costruzione di una diga non sarà più considerato un reato federale, a patto che non vi sia un’esplicita intenzione di farlo. È la svolta impressa dall’amministrazione di Donald Trump all’Endangered Species Act, la storica legge del 1973 a presidio della biodiversità americana, che ha salvato dal baratro simboli come l’aquila calva, l’alligatore del Mississippi e il condor della California.

A segnare il cambio di paradigma è una circolare interna del Servizio federale per la pesca e la fauna selvatica (US Fish and Wildlife Service), firmata il 14 settembre dal direttore Brian Nesvik e anticipata dal New York Times. Il documento fissa un principio inedito: per configurare una violazione della legge, l’abbattimento o il ferimento della fauna protetta deve essere intenzionale e mirato.
«Abbattere un albero non significa eliminare i pipistrelli che vi trovano rifugio, a meno che l’intento non fosse proprio quello di catturarli o ucciderli», ha argomentato Nesvik nella nota, derubricando l’impatto a conseguenza «indiretta e accidentale».
Fine della responsabilità oggettiva
La nuova linea archivia decenni di prassi consolidata, durante i quali agenzie federali e tribunali hanno interpretato in senso ampio il concetto di danno (“take”), punendo anche le distruzioni colpose o gli stravolgimenti ambientali che compromettevano la sopravvivenza di specie vulnerabili — dagli orsi grizzly ai lamantini, fino ai gufi maculati.
Con i nuovi criteri, sottolineano gli addetti ai lavori, un’impresa del legname potrà radere al suolo porzioni di bosco nel Pacifico nord-occidentale pur sapendo di sterminare nidiate di volatili rari, così come i costruttori potranno sbarrare corsi d’acqua consapevoli di condannare banchi di salmoni protetti, senza rischiare sanzioni penali o blocchi giudiziari.
«Questa decisione tradisce l’intera storia della legge», commenta duramente Dan Ashe, a capo del Fish and Wildlife Service durante la presidenza Obama e attuale presidente dell’Associazione degli zoo e degli acquari. «Si crea una scappatoia gigantesca che cancella ogni responsabilità, perfino di fronte a conseguenze ampiamente prevedibili».
La spinta dell’industria e il nodo legale
Il provvedimento corona una lunga offensiva di lobby industriali e parlamentari repubblicani volta a depotenziare i vincoli ambientali a favore dello sviluppo economico e infrastrutturale. L’amministrazione difende la scelta sostenendo di voler ricondurre la norma al suo perimetro originario, forte anche della storica sentenza della Corte Suprema del 2024 che ha ridimensionato il potere discrezionale delle agenzie federali nell’interpretare i mandati del Congresso. Non a caso, le linee guida di Nesvik poggiano in larga misura su una celebre opinione dissenziente redatta nel 1995 dal giudice conservatore Antonin Scalia.
Dal canto suo, il Dipartimento degli Interni ha ribadito giovedì in una nota che il divieto formale di «molestare, cacciare, ferire, intrappolare o raccogliere fauna selvatica protetta» resta intatto.
Una rassicurazione che non convince affatto il fronte ecologista e gli Stati a guida democratica, già mobilitati con una pioggia di ricorsi giudiziari. «Siamo di fronte a una deregolamentazione selvaggia», attacca Noah Greenwald del Center for Biological Diversity. «È una lettura radicale che subordina la tutela del mondo naturale agli interessi dei grandi inquinatori».
La misura riaccende così lo scontro politico attorno a uno dei pilastri dell’ambientalismo a stelle e strisce, già smantellato nel primo mandato di Trump, ripristinato sotto Joe Biden e ora di nuovo al centro di un braccio di ferro legale destinato ad approdare nelle aule dei tribunali.





