CHURCHILL (Canada) – Suonano al campanello, ma fuori c’è un gigante bianco di mezza tonnellata affamato e disorientato. Ai margini dell’Artico canadese, la convivenza tra l’uomo e il re dei ghiacci sta diventando ogni anno più complessa e pericolosa, costringendo la scienza a inventarsi soluzioni inedite. L'ultima novità arriva sotto forma di un "videocitofono" hi-tech …
CHURCHILL (Canada) – Suonano al campanello, ma fuori c’è un gigante bianco di mezza tonnellata affamato e disorientato. Ai margini dell’Artico canadese, la convivenza tra l’uomo e il re dei ghiacci sta diventando ogni anno più complessa e pericolosa, costringendo la scienza a inventarsi soluzioni inedite. L’ultima novità arriva sotto forma di un “videocitofono” hi-tech potenziato dall’intelligenza artificiale, progettato per lanciare l’allarme prima che l’incontro ravvicinato si trasformi in tragedia.

A svilupparlo è l’organizzazione di conservazione Polar Bears International. Il congegno, battezzato Bear-vision, è l’evoluzione del radar “Bear-dar”: combina sensori di movimento, telecamere e algoritmi capaci di scrutare la tundra desolata, riconoscere la sagoma di un orso in avvicinamento e avvisare all’istante abitanti e aziende. L’idea è semplice ed efficace: creare un dispositivo economico, facile da installare su porte e cancelli, che funga da sentinella 24 ore su 24.
Il banco di prova è Churchill, piccolo avamposto nella provincia di Manitoba affacciato sulla Baia di Hudson e conosciuto in tutto il mondo come la “capitale degli orsi polari”. È qui, attorno all’impianto di smaltimento rifiuti locale, che il primo prototipo è entrato in funzione. Il sito era diventato un punto critico dopo che un incendio ne aveva compromesso le recinzioni: attirati dagli odori dei rifiuti organici, gli orsi avevano iniziato a rovistare tra i cassonetti, rischiando di ingoiare plastiche e scarti tossici e abituandosi pericolosamente alla presenza dell’uomo.
Dietro questa invasione non c’è cattiveria, ma fame e disperazione causate dalla crisi climatica. A causa del riscaldamento globale, la banchisa marina si forma sempre più tardi: oggi questi animali sono costretti a rimanere bloccati sulla terraferma circa un mese in più rispetto a quanto facevano i loro nonni decenni fa. Senza ghiaccio su cui camminare per cacciare le foche, restano a digiuno mentre in città arrivano a frotte turisti e fotografi per ammirarli.
«Sperimentiamo ogni giorno come la coesistenza con questi predatori stia diventando una parte integrante della vita quotidiana in molte comunità dell’estremo Nord», sottolinea Krista Wright, direttrice esecutiva dell’organizzazione.
Per evitare l’uso di armi letali, i ricercatori stanno mettendo in campo un arsenale di deterrenza non violenta in collaborazione con la Brigham Young University e le ronde locali: dai droni usati per scortare delicatamente gli esemplari lontano dalle case a dissuasori a ultrasuoni, fino a recinzioni elettrificate e spray olfattivi all’avanguardia. Se il ghiaccio si ritira, insomma, è la tecnologia a dover erigere una barriera invisibile per proteggere entrambi: l’uomo e il signore dell’Artico.
Join the Club
Like this story? You’ll love our monthly newsletter.




