L’Ungheria apre gli archivi della polizia segreta comunista: online l’elenco di 60 mila informatori

Decisione storica e divisiva del governo Magyar nella data simbolo del 4 novembre. Gli storici si dividono tra chi celebra la trasparenza e chi teme una caccia alle streghe. L'Ungheria fa finalmente i conti con il proprio passato: il governo ha desecretato e reso accessibili al pubblico gli archivi della polizia segreta dell'era comunista. Una …

Decisione storica e divisiva del governo Magyar nella data simbolo del 4 novembre. Gli storici si dividono tra chi celebra la trasparenza e chi teme una caccia alle streghe.

L’Ungheria fa finalmente i conti con il proprio passato: il governo ha desecretato e reso accessibili al pubblico gli archivi della polizia segreta dell’era comunista. Una svolta attesa da decenni ma fortemente controversa, presentata dall’esecutivo come un passaggio indispensabile per permettere alla società ungherese di elaborare i traumi lasciati da quarantacinque anni di dittatura.

L’Ungheria apre gli archivi della polizia segreta comunista: online l’elenco di 60 mila informatori

La data scelta per l’apertura non è casuale: il 4 novembre coincide con l’anniversario del 1956, il giorno in cui i carri armati sovietici entrarono a Budapest per reprimere nel sangue la rivoluzione ungherese.

L’appello di Magyar: «Trattare i dati con umanità»

Parlando ai cronisti presso gli Archivi di Stato a Budapest, il Primo Ministro Péter Magyar ha chiesto cautela: «Invito tutti ad accostarsi a questi documenti, la cui pubblicazione era attesa da troppo tempo, con dignità e umanità. Molte famiglie scopriranno verità dolorose, spesso legate a parenti ormai scomparsi. Ma è impossibile superare un trauma collettivo senza il confronto e senza porsi delle domande».

L’apertura totale degli archivi era uno dei punti centrali del programma elettorale di Magyar, culminato nella vittoria delle scorse elezioni. Il premier ha difeso la misura definendola l’adempimento di un impegno morale preso nel 1989 da chi rovesciò il regime comunista. Nei decenni successivi, governi conservatori, liberal-socialisti e guidati da Fidesz avevano più volte ipotizzato la desecretazione, finendo però sempre per frenare.

Trentasei anni di ricatti e dossier incompleti

Finora, le regole introdotte nel 1998 consentivano ai cittadini di consultare solo il proprio fascicolo personale e agli storici di svolgere ricerche mirate, ma con pesanti limitazioni: molti nomi venivano cancellati e numerosi faldoni erano rimasti secretati a uso esclusivo dell’intelligence post-comunista. Per oltre trent’anni, fughe di notizie e dossieraggi mirati sono stati usati come armi politiche per colpire gli avversari, senza contare le distruzioni sistematiche di documenti avvenute tra il 1988 e il 1989, durante il collasso del regime.

Da oggi, sul portale web dedicato (nyitottaktak.hu), sono consultabili le generalità di circa 60.000 persone reclutate come informatori. Si tratta dei cosiddetti “Moduli 6”, schede anagrafiche che riportano:

  • Nome reale e nome in codice dell’informatore;
  • Data di nascita, indirizzo e nome della madre;
  • Movente del reclutamento (collaborazione volontaria, estorsione o ricatto);
  • Nominativo dell’ufficiale di collegamento.

Una seconda tranche di documenti, i cosiddetti “dossier B”, è attualmente in fase di digitalizzazione e sarà resa pubblica il 25 febbraio. Questi fascicoli permetteranno di fare maggiore chiarezza sulle dinamiche dei singoli reclutamenti e sull’effettivo rilievo informativo delle delazioni fornite.

Tra diritto alla verità e rischio di gogna

Secondo le stime storiche, tra il dicembre 1944 e il febbraio 1990 la rete spionistica ungherese arruolò tra le 150.000 e le 160.000 persone. Moltissimi informatori vennero reclutati con minacce pesanti: dal blocco della carriera lavorativa o universitaria alla privazione di cure mediche, fino al ricatto su dipendenze o aspetti intimi della vita privata (dettagli personali che resteranno comunque protetti da omissis).

Proprio per questo la decisione spacca l’opinione pubblica. Se da un lato lo storico Krisztián Ungváry ricorda che «il diritto di ogni cittadino di sapere cosa lo Stato abbia annotato sul suo conto non può dipendere dagli umori della politica», dall’altro i critici avvertono sul pericolo di giudizi sommari.

Tra le voci contrarie c’è Zsuzsanna Borvendég, storica ed eurodeputata di Mi Hazánk (La Nostra Patria): «Nella stragrande maggioranza dei rapporti superstiti non è nemmeno possibile identificare con certezza l’agente, né tantomeno ricostruirne le reali motivazioni. Diffondere gli elenchi senza chiarire il contesto in cui le persone agirono rischia soltanto di fuorviare l’opinione pubblica e alimentare lacerazioni gratuite».

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Monica Visconti

Monica Visconti

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