Il mistero del coccodrillo della Sfinge: identificata una nuova specie fossile in Egitto

Dalla pietra del Cairo riemerge l'antenato dei gaviali moderni: visse 50 milioni di anni fa, quando il Nord Africa era sommerso dal mare. Nei reperti fossili che ricostruiscono l'evoluzione dell'ordine Crocodylia, c'era un enigma geografico che i paleontologi non riuscivano a sciogliere. Circa un secolo fa, sulle colline di Mokattam, a sud-est del Cairo — …

Dalla pietra del Cairo riemerge l’antenato dei gaviali moderni: visse 50 milioni di anni fa, quando il Nord Africa era sommerso dal mare.

Nei reperti fossili che ricostruiscono l’evoluzione dell’ordine Crocodylia, c’era un enigma geografico che i paleontologi non riuscivano a sciogliere. Circa un secolo fa, sulle colline di Mokattam, a sud-est del Cairo — la medesima formazione rocciosa da cui fu estratto il calcare per scolpire la Sfinge di Giza — venne scoperto il cranio fossilizzato di un antico rettile. Inizialmente gli studiosi lo classificarono all’interno del genere Tomistoma, noto comunemente come falso gaviale.

Il mistero del coccodrillo della Sfinge: identificata una nuova specie fossile in Egitto

Il paradosso era evidente: oggi gli unici falsi gaviali viventi popolano le acque dolci di Malesia e Indonesia, a oltre ottomila chilometri di distanza. Come poteva un cacciatore di pesci fluviale aver attraversato oceani, deserti e catene montuose per spostarsi dal Nord Africa al Sud-est asiatico?

La risposta non risiede in una migrazione impossibile, ma in un errore tassonomico del passato.

La tomografia svela il falso gemello

A fare chiarezza è un team internazionale di ricercatori guidato da Paul Burke, paleontologo del Museo Svedese di Storia Naturale. Analizzando la scatola cranica del fossile, Burke ha notato differenze morfologiche troppo marcate per considerarlo un parente stretto delle specie attuali del Sud-est asiatico.

Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Royal Society Open Science, ha impiegato la moderna tomografia computerizzata (TC) per analizzare oltre trecento parametri biometrici relativi a dimensioni e tridimensionalità del cranio. Nel Novecento le classificazioni si basavano su osservazioni qualitative e soggettive (come definire l’osso nasale semplicemente «lungo» o «corto»); oggi i modelli digitali misurano proporzioni precise al millimetro rispetto alla mandibola e alle cavità cerebrali.

Il verdetto è netto: il rettile egiziano appartiene a una specie e a un genere del tutto inediti.

Herugavialis cairensis: il rettile consacrato a Horus

La nuova specie è stata battezzata Herugavialis cairensis. Il nome unisce la morfologia del gaviale a Heru (Horus), la divinità egizia tradizionalmente associata alla figura della Sfinge.

«Volevamo creare un ponte tra la storia naturale profonda dell’Egitto e la sua eredità culturale», spiega Hesham Sallam, fondatore del Centro di Paleontologia dei Vertebrati dell’Università di Mansoura. «I coccodrilli erano parte integrante dell’ecosistema del Nilo e ricoprivano un ruolo centrale nel pantheon e nella civiltà dell’antico Egitto».

Il fossile risale all’Eocene medio, circa 50 milioni di anni fa — un’epoca geologica in cui l’antico Egitto non esisteva ancora e gran parte dell’odierno Nord Africa era coperta dalle acque calde dell’oceano Tetide.

L’identikit e il valore per la biodiversità moderna

Con un cranio lungo circa 45 centimetri (contro gli oltre 75 centimetri di un coccodrillo americano adulto), Herugavialis era dotato di un muso lungo, stretto e compresso, armato di denti affilati: un profilo idrodinamico simile a quello di un pesce spada, perfetto per colpire prede rapide in acque costiere e poco profonde.

La scoperta fornisce tasselli fondamentali per risolvere il cosiddetto «problema del gaviale», una delle dispute filogenetiche più complesse nell’albero evolutivo dei rettili. Inoltre, sposta l’attenzione della paleontologia oltre i classici giganti del Mesozoico.

Come sottolineano i ricercatori, l’albero genealogico dei coccodrilli conta oltre 90 milioni di anni di adattamenti tra forme marine, terrestri e d’acqua dolce. Ricostruire come questi predatori abbiano risposto ai grandi sconvolgimenti climatici del passato offre chiavi di lettura essenziali per tutelare i loro discendenti attuali, oggi tra i vertebrati più a rischio di estinzione del pianeta.

Laura Motta

Laura Motta

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