TOKYO — La scossa di magnitudo 6.8 che il 28 luglio ha devastato la prefettura giapponese di Kumamoto ha lasciato dietro di sé un bilancio pesantissimo di 38 vittime, tra cui sette registrate nell'area dell'Aeon Mall. Ma dietro a una parte di questa tragedia si consuma una storia di ordini scellerati, negligenza e rimpianti tardivi. Due …
TOKYO — La scossa di magnitudo 6.8 che il 28 luglio ha devastato la prefettura giapponese di Kumamoto ha lasciato dietro di sé un bilancio pesantissimo di 38 vittime, tra cui sette registrate nell’area dell’Aeon Mall. Ma dietro a una parte di questa tragedia si consuma una storia di ordini scellerati, negligenza e rimpianti tardivi. Due dipendenti del negozio di beni generici Habita hanno perso la vita in un’esplosione all’interno del centro commerciale dopo che i superiori avevano imposto loro di rientrare nell’edificio per mettere in sicurezza il denaro delle casse.

A pagare il prezzo più alto è stata Kurumi Otake, 22 anni, la cui identità è stata resa nota, mentre il nome del secondo lavoratore è rimasto confinato nel riserbo della famiglia.
L’ordine fatale tra le macerie
Mentre la gran parte dei clienti e del personale era riuscita a mettersi in salvo evacuando la struttura subito dopo la prima e violenta scossa tellurica, i due dipendenti sono stati costretti a rimettere piede nel centro commerciale.
Secondo quanto ricostruito e confermato dai familiari, la direzione aziendale aveva impartito un comando ben preciso: rientrare per trasferire i contanti dai registratori di cassa a una cassaforte. Circa un’ora dopo quell’ordine, mentre i due si trovavano ancora all’interno, una potente esplosione ha sventrato l’edificio, non lasciando loro scampo.
Il dolore dei familiari
Kurumi Otake è stata ricordata dai parenti come una ragazza dal “forte senso di giustizia”, un pilastro per la propria famiglia dopo la scomparsa del padre, avvenuta tre anni prima.
“Se non fosse tornata nel negozio in quel momento, Kurumi sarebbe ancora con la sua famiglia oggi” — Un parente di Kurumi Otake
Distrutta dal dolore, la madre della giovane ha affidato ai media locali un commento lapidario: “Mia figlia non tornerà”.
Le scuse tardive dell’azienda
Di fronte all’indignazione pubblica, i vertici della Habita — azienda fondata nel 1976 che gestisce oltre dieci punti vendita in diverse prefetture — hanno dovuto fare i conti con le proprie responsabilità.
Nel corso della veglia funebre tenuta domenica, due rappresentanti dell’azienda si sono presentati per incontrare la famiglia e porgere le scuse ufficiali. Il direttore delle vendite, Goji Yuse, ha rilasciato dichiarazioni che pesano come un macigno:
- “Le istruzioni date all’epoca erano inappropriate e me ne pento davvero”
- “Guardando indietro ora, non valeva una vita”
La società ha fatto sapere di aver avviato una valutazione interna per definire come procedere sulla gestione della vicenda. Resta tuttavia lo sgomento per una scelta che antepone la salvaguardia del denaro alla vita umana, trasformando una calamità naturale in un dramma evitabile.





