Un barcone sovraffollato con 305 persone a bordo cola a picco a pochi metri dalla costa. Tra le vittime 15 minori. Più di 80 i dispersi lungo la rotta mortale del Corno d'Africa verso i Paesi del Golfo. GIBUTI – L'ennesima traversata della disperazione si è trasformata in una carneficina a pochi minuti dalla partenza. …
Un barcone sovraffollato con 305 persone a bordo cola a picco a pochi metri dalla costa. Tra le vittime 15 minori. Più di 80 i dispersi lungo la rotta mortale del Corno d’Africa verso i Paesi del Golfo.
GIBUTI – L’ennesima traversata della disperazione si è trasformata in una carneficina a pochi minuti dalla partenza. Almeno 139 migranti sono morti annegati al largo di Gibuti dopo che il barcone su cui viaggiavano, stipato ben oltre il limite con 305 persone a bordo, si è rovesciato a ridosso della riva. Il bilancio, comunicato dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), è provvisorio: si contano almeno 84 dispersi.

L’orrore sulla battigia e le fosse comuni
La tragedia si è consumata nella notte tra l’8 e il 9 ottobre nell’area di Guhere, a nord di Obock. L’imbarcazione non ha retto il peso del carico umano ed è colata a picco quasi subito. Sulla sabbia, tra gli indumenti e le scarpe trascinati dalla risacca, i soccorritori hanno recuperato i corpi senza vita di nove bambine e sei ragazzi.
Le autorità locali sono state rapidamente travolte dall’afflusso continuo di cadaveri. «Sono stati sepolti senza nome in fosse comuni, esattamente come accade in guerra», ha denunciato Alexandre Coissac, capo missione dell’OIM a Gibuti. Molti corpi sono stati inumati sul posto dagli stessi compagni di viaggio scampati al disastro, rendendo difficile una stima definitiva che le istituzioni stanno ancora cercando di certificare.
I superstiti a Obock: soccorsi e shock
I circa 80 sopravvissuti, tutti cittadini etiopi, sono stati trasferiti nel centro di primo soccorso di Obock. Tra loro c’è chi ha ingoiato grandi quantità di acqua salata e chi è in stato di grave prostrazione emotiva dopo aver visto annegare familiari e amici. Gli operatori umanitari hanno distribuito telefoni per consentire a chi ce l’ha fatta di avvisare a casa di essere ancora in vita.
La rotta invisibile del Bab el-Mandeb
La rotta che collega il Corno d’Africa alla Penisola Arabica attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb è uno dei corridoi migratori più letali e meno raccontati al mondo. Ogni anno decine di migliaia di giovani etiopi, somali ed eritrei affrontano il mare puntando alle economie del Golfo, prima fra tutte l’Arabia Saudita.
Un flusso che non si arresta nemmeno di fronte alla ripresa delle violenze nello Yemen tra forze governative e ribelli Houthi. Negli ultimi dodici mesi i tentativi di passaggio sono aumentati del 18%, con oltre 900 morti e dispersi accertati lungo il tragitto prima di quest’ultima strage.
«Non possiamo rassegnarci a trattare queste tragedie come fatti ordinari», ha dichiarato la direttrice generale dell’OIM, Amy Pope, rinnovando l’appello alla comunità internazionale: «Nessuno accetta di salire su scafi fatiscenti se dispone di alternative sicure. Servono vie legali per fermare queste stragi prima del prossimo naufragio».





