Il viaggio verso il Pianeta Rosso resta uno degli obiettivi più ambiziosi dell'esplorazione spaziale, ma tra le sfide logistiche più complesse per raggiungere Marte spicca una questione fondamentale: come nutrire l'equipaggio lontano dalla Terra. A fornire una delle risposte più promettenti è Chinyere Ukeje, 25 anni, originaria di Philadelphia e studentessa di informatica alla Johns …
Il viaggio verso il Pianeta Rosso resta uno degli obiettivi più ambiziosi dell’esplorazione spaziale, ma tra le sfide logistiche più complesse per raggiungere Marte spicca una questione fondamentale: come nutrire l’equipaggio lontano dalla Terra. A fornire una delle risposte più promettenti è Chinyere Ukeje, 25 anni, originaria di Philadelphia e studentessa di informatica alla Johns Hopkins University, che si è aggiudicata un premio di 300.000 dollari nell’ambito del concorso “Mars to Table” promosso dall’agenzia spaziale statunitense.

La NASA ha lanciato l’iniziativa per ripensare completamente i sistemi di approvvigionamento alimentare per le missioni di lunga durata. Il modello adottato sulla Stazione Spaziale Internazionale — pasti cucinati, liofilizzati o confezionati a Terra e spediti in orbita — risulterebbe infatti insostenibile per un viaggio verso Marte, che richiede circa nove mesi di navigazione solo per l’andata. L’obiettivo del bando era progettare un sistema in grado di sostenere un equipaggio di 15 astronauti per 500 sol marziani (circa 513 giorni terrestri), riducendo al minimo la dipendenza dalle scorte preconfezionate.
Tra le 113 proposte giunte da 33 nazioni, a imporsi è stato il progetto ANI (Adaptive Nourishment Infrastructure), ideato da Ukeje e battezzato in onore dell’antica divinità nigeriana della fertilità e del raccolto.
L’infrastruttura integra agricoltura in ambienti controllati, fermentazione, coltivazione di funghi e riciclo a circuito chiuso dei nutrienti tramite bioreattori. Il sistema consente di autoprodurre in situ il 50% del cibo consumato dall’equipaggio, lasciando alla Terra solo una minima quota di rifornimenti di base. Il modello include inoltre l’impiego di cubi nutrizionali che gli astronauti possono combinare e scaldare attraverso apposite lunch box elettriche portatili, garantendo pasti caldi anche a fronte di cali di energia o razionamenti d’acqua.
«Nutrire gli astronauti su Marte non significa soltanto coltivare vegetali», ha spiegato Ukeje a The Philadelphia Inquirer. «Bisogna farli sentire a casa, anche quando si trovano a milioni di chilometri di distanza».
Oltre a Ukeje, la NASA ha premiato altri quattro finalisti, i cui progetti costituiranno la base di sviluppo per le future tecnologie alimentari nello spazio profondo. «Il futuro dell’esplorazione umana dipenderà dalla nostra capacità di innovare in questo campo», ha dichiarato Jennifer Edmunson, program manager del programma Centennial Challenges al Marshall Space Flight Center in Alabama.
La tabella di marcia lascia comunque margine per i test: con il programma Artemis ancora focalizzato sul ritorno sulla Luna, le prime missioni umane con destinazione Marte restano previste non prima del prossimo decennio.





