Quattro miliardi di anni di evoluzione ci hanno progettato per un solo scenario: vivere con i piedi per terra, schiacciati da una gravità normale. Cosa succede, allora, quando l'essere umano decide di violare questo vincolo biologico? All'alba dell'era spaziale, alla fine degli anni '50, i timori erano quasi fantascientifici: il sangue si coagulerà? Le ossa …
Quattro miliardi di anni di evoluzione ci hanno progettato per un solo scenario: vivere con i piedi per terra, schiacciati da una gravità normale. Cosa succede, allora, quando l’essere umano decide di violare questo vincolo biologico? All’alba dell’era spaziale, alla fine degli anni ’50, i timori erano quasi fantascientifici: il sangue si coagulerà? Le ossa si sbricioleranno? Il cervello esploderà? I primi test su topi, ragni e cani dimostrarono che sopravvivere era possibile. Oggi sappiamo che l’uomo nello spazio può persino prosperare, ma a un prezzo biologico altissimo.
La metamorfosi orbitale
“C’è un adattamento che, per molti versi, sembra una trasformazione”, racconta l’astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) Luca Parmitano. “Dopo alcune settimane il tuo corpo è diverso da quello che era a Terra: vedi e senti i cambiamenti, le gambe diventano più magre e il viso si fa rotondo”.

Parmitano, ex pilota collaudatore dell’Aeronautica Militare Italiana, è stato recentemente selezionato per la storica missione Artemis III (prevista per il 2027), un volo cruciale che testerà i lander lunari e le nuove tute spaziali in orbita terrestre. Per l’astronauta italiano, la capacità di adattamento è la chiave del nostro successo biologico: “Vedere che questi cambiamenti fisici avvengono in poche settimane mi ha sconvolto. Ma mi ha sorpreso ancora di più quanto il mio ‘nuovo’ corpo si sentisse a suo agio in quell’ambiente”.
Il corpo senza peso: dai muscoli flaccidi al “viso gonfiabile”
Se gli effetti macroscopici del volo spaziale sono documentati da oltre settant’anni, la loro rapidità resta impressionante. In microgravità il corpo non deve più contrastare la forza di attrazione terrestre. Risultato? Ossa e muscoli, non più sollecitati, iniziano a deperire immediatamente.
- Perdita ossea e muscolare: Bastano pochi giorni nello spazio perché lo scheletro inizi a perdere calcio e i muscoli ad atrofizzarsi, coinvolgendo anche il cuore (che, dovendo faticare meno per pompare il sangue, si rimpiciclisce).
- Lo spostamento dei fluidi: Senza la gravità che spinge i liquidi verso il basso, il sangue e gli altri fluidi corporei risalgono verso l’alto, accumulandosi nel torace e nella testa. È questo il motivo per cui gli astronauti mostrano spesso visi gonfi e soffrono di sinusiti croniche in orbita.
Il dato: Per contrastare questo declino, gli astronauti sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) devono sottoporsi a un rigido protocollo di due ore di esercizio fisico quotidiano. Nonostante ciò, al rientro dopo sei mesi di missione, vengono estratti dalle capsule in barella: per far tornare la densità ossea ai livelli normali possono servire fino a quattro anni.
La nuova frontiera: l’incognita cerebrale
Se la degenerazione di muscoli e ossa è ormai gestibile grazie all’allenamento, la vera zona d’ombra resta il cervello. Gli scienziati stanno concentrando le ricerche proprio sugli effetti che l’assenza di gravità e lo spostamento dei fluidi hanno sulla pressione intracranica e sulla struttura cerebrale.
Una sfida neuroscientifica non da poco, che rischia di diventare il vero collo di bottiglia per le future missioni umane a lungo termine verso Marte e oltre la Luna. Se il corpo impara a fluttuare, il cervello deve ancora capire come non perdere la bussola.





